Graziella Viviano lotta ogni giorno perché la morte della figlia Elena Aubry possa salvare vite: «La sicurezza stradale deve essere garantita ai cittadini. Spero che il processo sull’incidente faccia giurisprudenza. Nessuno può permettersi di non fare il proprio dovere. Nascerà presto l’associazione “Sotto agli occhi di Elena”. Perché sul nuovo ponte di Genova non hanno pensato di installare guard rail salva motociclisti certificati CE? Sarebbe stato un bel segnale e invece, per ora, è un’occasione persa»

Lo spirito di Elena Aubry continua a vivere e combattere ancora oggi in sua madre, Graziella Viviano. Elena è morta poco più di due anni fa sulla via Ostiense, a soli 25 anni, a causa di una radice affiorante sull’asfalto che le ha fatto perdere il controllo della sua Honda Hornet 600. Molti la ricordano perché la sua vicenda ha spesso occupato, e occupa ancora oggi, le prime pagine dei giornali.

Elena Aubry e Graziella Viviano, dall’incidente al processo

Elena era una ragazza felice, amante della moto al punto da saperla condurre alla perfezione. Ma domenica 6 maggio 2018 alle 10.40, mentre percorreva la parallela della via Ostiense a Roma, si è imbattuta in un ostacolo imprevisto e imprevedibile. A causa di una radice affiorante, infatti, ha perso il controllo della due ruote, restando vittima di un incidente stradale che ha spento il suo sorriso per sempre. Un terribile evento, che ha rovinato un’intera famiglia e per il quale presto andrà in scena il processo. E’ di qualche settimana fa, infatti, la notizia che per la morte di Elena la Procura di Roma ha rinviato a giudizio sei persone, di cui tre dipendenti comunali addetti alla manutenzione strade. Partiamo da qui per affrontare con Graziella Viviano il delicato tema della sicurezza stradale oggi. Un tema sensibile, che da quel triste giorno la vede quotidianamente in prima linea, ma attorno al quale, come vedremo, in Italia si fa ancora troppo poco.

Sei rinvii a giudizio per omicidio stradale

Il fatto che, una volta chiuse le indagini sull’incidente, siano stati emessi sei rinvii a giudizio con l’accusa di omicidio stradale è significativo. «Nella vicenda di Elena – racconta Graziella Viviano – la Procura ha rinviato a giudizio sei persone con l’accusa di omicidio stradale dopo che il PM ha stabilito, avvalendosi di un proprio perito, che l’incidente mortale è stato provocato da alcune radici affioranti. La pena prevista è di 7 anni. A chi mi chiede se questo potrà darmi pace, come madre rispondo di no. In primo luogo perché io non cerco vendetta, quindi perché purtroppo non c’è condanna che possa restituirmi il sorriso di Elena».

Un processo che faccia giurisprudenza: non ci si può permettere di tralasciare il proprio dovere

«Certamente, però, deve essere chiaro che nessuno si può permettere di non fare il proprio dovere, per cui nel momento in cui il Tribunale stabilirà che c’è stata una negligenza, una condanna ci dovrà essere. E’ una questione di giustizia, un principio da rispettare, non solo nei confronti di Elena, ma di tutta la società. Spero che questo processo possa fare giurisprudenza, trasformandosi in un primo passo perché in futuro incidenti come quello accaduto a mia figlia non si verifichino più. Vorrei che alla fine di questa triste storia non siano solo le vittime della strada a tornare al centro dell’attenzione, ma soprattutto i cittadini. E’ infatti inconcepibile che, ancora oggi, possa capitare di farsi del male, o peggio perdere la vita, per una buca o una radice affiorante. Garantire maggior sicurezza sulle strade con un’adeguata manutenzione, a mio giudizio, è un segno di rispetto verso l’intera comunità». 

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Non si può morire per un dissesto stradale

«Il ruolo delle strade, al giorno d’oggi, è vitale – riprende Graziella – Non se ne può fare a meno. Per questo chi ne ha la gestione è tenuto a mantenerle sempre in condizioni minime di percorribilità. Elena è morta perché si trovava su una strada che in realtà andava chiusa al traffico a causa dei suoi dissesti. Due ore dopo la disgrazia ero già personalmente sul posto per capire cosa fosse successo. Lei era un’abile motociclista, non avrebbe mai potuto perdere il controllo della sua Honda come invece è accaduto. Quando ho visto le radici ho subito compreso la dinamica dei fatti. La loro pericolosità è stata confermata anche dagli incidenti che sono accaduti nei giorni successivi: due settimane dopo la disgrazia nello stesso punto, infatti, sono caduti altri due motociclisti».

Chiudere una strada può salvare decine di vite

«A quel punto, supportata anche dalla presidente del Decimo Municipio di Roma, Giuliana Di Pillo, ho lottato per chiedere l’interdizione alle moto di quel tratto di strada. Il provvedimento, finalmente, è stato preso nella primavera 2019. Purtroppo i dissesti, però, hanno fatto in tempo a provocare un altro sinistro nel giugno 2020: un frontale tra due auto fortunatamente senza vittime. Questo mi ha fatto pensare a quanto utile sia stata la chiusura alle due ruote. Che dolore sarebbe stato scorgere tra le lamiere delle vetture anche la carcassa di una moto…».

«Lanciamo una moda, parliamo di strade»

«in Italia abbiamo una scarsa cultura di manutenzione strade e infrastrutture – allarga il discorso la madre di Elena – Personalmente, da quando è accaduta la tragedia di mia figlia, mi sto battendo per cambiare le cose. Insieme a un gruppo di oltre 420 associazioni motociclistiche (con oltre 650.000 iscritti), sto cercando di sensibilizzare amministratori e opinione pubblica. Parlare di strade e sicurezza stradale, di manutenzione dei dissesti e delle infrastrutture, nonché della manutenzione del verde intorno alle strade e della loro pulizia, deve diventare di moda. Bisogna fare in modo che il grande tema della sicurezza stradale continui a restare in prima pagina. Personalmente non faccio lotta politica, preferisco collaborare con le istituzioni. Parlo con sindaci, ministri e amministratori a vario livello e posso dire di trovarmi quasi sempre di fronte persone sensibili al tema, che però si scontrano a propria volta con un labirinto di normative a dir poco scandaloso che rallenta ogni passaggio».

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Norme scandalose, il caso della via Ostiense a Roma

«A tutt’oggi – riprende Graziella – il tratto della via Ostiense che comprende l’albero sotto il quale è avvenuta la tragedia di Elena è stato riasfaltato alla perfezione. Tutto il resto, però, è come prima. Questo perché l’incomprensibile quadro normativo sulla gestione delle strade in Italia fa sì che ognuna di esse sia suddivisa in piccoli tratti ciascuno con un gestore diverso: Comune, Anas, Provincia ecc. Si crea così una tal confusione per cui non è mai possibile portare a termine un’opera per intero.  Per riasfaltare una strada ogni Ente deve indire una gara d’appalto diversa, di conseguenza i tempi si allungano e i costi a carico dei contribuenti lievitano».

Quanti soldi sprecati

«E’ scandaloso sciupare risorse in mille rivoli senza riuscire a concludere un lavoro per intero a causa di un apparato normativo senza capo né coda – osserva la madre di Elena – Rifare da zero la via Ostiense, come sarà quando tutti gli enti coinvolti avranno fatto il proprio dovere, costerà quattro volte di più che gestire l’ordinaria manutenzione della strade. Nel frattempo non si può escludere che accadano altre disgrazie, con eventuali vittime e conseguenti ulteriori costi sociali pesantissimi per le casse pubbliche».

La via Ostiense a Roma, riasfaltata da poco. Sulla sinistra l’albero di Elena

Una categoria dimenticata: i motociclisti

Per Graziella in Italia c’è un’intera categoria di utenti della strada dimenticata. «E’ incredibile come chi ci governa abbia preferito dare la precedenza ai monopattini, piuttosto che ai motociclisti – sottolinea – Eppure il nostro paese è quello che conta più riders di tutti in Europa. Solo poche ore fa ho letto la notizia di una persona su sedia a ruote che si è vista travolgere da un monopattino elettrico e chissà quante altre ne leggeremo in futuro. Nel frattempo, la legge sugli incentivi agli airbag per i motociclisti, redatta per conto di tutti noi dall’associazione Legal Riders, rientrante nel novero delle 420 che mi sostengono, è ancora incardinata in Parlamento, in attesa di terminare il proprio iter. La proposta prevede di concedere un contributo di 250 euro per l’acquisto dei dispositivi salvavita che nei negozi costano circa 500/600 euro. Un’operazione che non sarebbe finanziata dallo Stato, ma, in accordo con Ania, dalle compagnie assicurative».

I guard rail  salva motociclisti

Parlando di riders il discorso si sposta sui guard rail salva-moto, per i quali Graziella si sta battendo in prima persona: «Anche questo è un argomento particolarmente caldo – rivela – Dopo un appello pubblico al ministro dei trasporti, sono stata chiamata da Danilo Toninelli in persona, che ringrazio per avermi ascoltato. In Italia, abbiamo ancora oggi dei guard rail che, in caso di incidente che coinvoge motociclisti, si trasformano talvolta in vere e proprie ghigliottine. Grazie all’interessamento del ministro ora una legge risolve parzialmente il problema perché almeno sulle curve più pericolose saranno installate le nuove protezioni salva moto. Da qualche parte, per esempio in Abruzzo e Sardegna, questo sta già accadendo».

Ponte di Genova, un’occasione persa

«Ora, mi domando – aggiunge – Dal momento che il nuovo ponte di Genova si propone come un gioiello della tecnologia nel quale si è pensato a tutto, persino all’impatto della struttura sui volatili, perché non approfittare dell’occasione per installare qui, per la prima volta, dei guard rail salva motociclisti certificati CE in ogni loro componente? Al momento simili dispositivi non esistono ancora per via degli ingenti investimenti necessari per ottenere la certificazione su ogni pezzo. E’ un peccato che non sia stato fatto. Sarebbe stata l’occasione per trasformare questa opera non solo in un simbolo di rinascita, ma anche della sicurezza stradale a tutto tondo. Nonché per lanciare, finalmente, il primo dispositivo certificato in grado realmente di salvare molte vite. Credo sia un’occasione persa».

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Sotto agli occhi di Elena

Graziella è sempre stata abituata a combattere da sola le sue battaglie. «Arrivati a un certo punto, però, mi rendo conto che una persona da sola non può interfacciarsi con tutte le Istituzioni. Per questo, supportata attivamente dalle associazioni di motociclisti più sensibili alla vicenda che ha coinvolto mia figlia, sto lavorando a un’associazione che si chiamerà “Sotto agli occhi di Elena”. La lanceremo a settembre, gli interessati possono trovare ogni informazione in merito sulla mia pagina Facebook». 

Elena Aubry e mamma Graziella: le parole che non ti ho detto

«Cosa vorrei dire a Elena tra qualche anno? In realtà, con Elena parlo tutti i giorni. Lei è sempre al mio fianco in ogni battaglia perché io sto lavorando per lei, perché quello che le è successo non accada ad altri. Poi, da madre a figlia, le direi che l’amo da morire, che avrei voluto abbracciare dei nipotini, scorgere nei loro occhi lo sguardo dolce e fiero della loro madre. Ma non potrò farlo. Purtroppo, l’incuria di qualcuno mi ha rubato il futuro, ha spezzato un ramo del mio albero sul quale avrebbero potuto germogliare nuovi fiori e frutti. Ora chiedo a tutti quelli che svolgono un lavoro importante per la sicurezza di ogni persona di domandarsi, magari prima di andare a bere un caffè: “Sono sicuro di aver fatto tutto ciò che è in mio potere per sventare ogni pericolo? Ho fatto tutto quello che dovevo e potevo fare per rimediare a una situazione critica?”. Solo con un rinnovato senso di responsabilità da parte di tutti, tragedie come quella di Elena potranno forse, un giorno, non accadere più».

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